Sono stata ad osservare la complessa e drammatica situazione sociale e sanitaria che stiamo vivendo a causa di questa pandemia, tenendomi un passo indietro e osservando le dinamiche che una situazione come questa sta portando.
Oggi proporrei a tutti di indietreggiare, di lasciare spazio, non solo per non diffondere un virus, ma per guardare meglio l’altro nei propri occhi e nei propri vissuti. Cito Michele Serra che nel suo libro “Ognuno Potrebbe” dice: “La mia opinione è che ognuno dovrebbe fare un passo indietro. Da tutti i punti di vista. Anche fisicamente. Darsi un poco di spazio e, dandoselo, darne anche a chi gli sta intorno. Come c’è un frattempo tra un’azione e l’altra, così dovrebbe esserci un fralluogo tra una persona e l’altra. E come il frattempo, così il fralluogo serve a dare fiato. Un passo indietro e una parola di meno” per dare spazio all’altro che, per definizione, è diverso da noi e di cui noi non conosciamo nulla.
Una parola o un hashtag giudicante in meno, un momento di aria, di spazio. La tecnologia in questi giorni ci è venuta in aiuto come l’unico mezzo per stare vicini, per non sentirci soli. Una bellissima occasione per sperimentarci, per inventarci nuovi modi per stare insieme.
Vorrei però ricordare i ben noti effetti negativi di questa stessa tecnologia: chi si nasconde dietro a una tastiera per dar libero sfogo alle proprie frustrazioni, chi solo perchè non ha di fronte la persona può dire tutto quello che pensa, tanto l’altro soffre meno, e chi per un like massacra l’altro. Quello che scriviamo sui social è spesso frutto di agiti, azioni impulsive che portano lo stesso dolore nell’altro come se detti di persona, con l’aggravante che diventano pubblici e che quindi ognuno può poi interagire commentando e giudicando.
Oggi in questa situazione estrema, che risveglia in tutti noi le paure più profonde, in primis la paura di morte, chiederei di fare un semplice passo indietro.
Con il decreto “Io resto a casa”, il governo ha stabilito delle regole pienamente comprensibili e condivisibili visto il drammatico evolversi della situazione sanitaria, un piccolo sacrificio che siamo chiamati a fare come cittadini, come professionisti, come figli, come madri, padri, nipoti, nonni, un dovere civico. Un decreto semplice e chiaro come applicazione. Oggi non mi vorrei soffermare su cosa possa spingere una persona a distaccarsi dalla situazione e a corre al parco come niente fosse o a fare un pic-nic sugli argini del fiume. Ma mi vorrei concentrare sul termine casa. Cosa rappresenta la casa per noi?
Il concetto di casa è legato indissolubilmente al concetto di famiglia e per alcuni, non per tutti, al concetto di nido dove poter ritrovarsi e sentirsi protetti.
C’è chi però una casa non ce l’ha mai avuta, chi si sente a casa libero su una strada, chi la casa se la porta appresso, chi ha trovato in casa delle persone che anziché garantire amore e protezione hanno agito soprusi e violenze, chi non è mai stato visto e riconosciuto in casa, chi è sempre stato svalutato e danneggiato, chi in quella stessa casa non ha trovato terreno per mettere le proprie radici. Si sa, le piante come le persone sono ricche di resilienza e può darsi che quelle radici si siano incollate tenacemente al cemento, portandosi dietro però la fatica di sopravvivere. C’è chi la casa la associa a prigione, come per chi ogni giorno vive situazioni di violenza domestica e sta alla mercé di un altro. Leonor Walker la descrive come la sensazione di “camminare sulle uova”, in continua tensione, senza sapere se e quando arriverà un’aggressione fisica o psicologica. Ecco, oggi, vorrei dare tutta la mia vicinanza a queste persone, vorrei ringraziarle per il loro enorme sacrificio e ricordargli che niente è per sempre e che ne usciremo. Vorrei invitarle, anche in questa situazione, a non demordere perché ci sarà chi saprà sentire il vostro grido d’aiuto e vedere oltre la maschera delle apparenze.